Plainsong / Kent Haruf

Plainsong / Kent Haruf – 1999 USA, questa ed. Picador 2013
Delizioso: il canto della pianura, scritto in linguaggio piano, raccontando vicende comuni di persone comuni della immaginaria ma realissima cittadina di Holt, non lontanissimo da Denver che appare la metropoli di riferimento, nelle pianure dove il freddo è freddo davvero, e il bestiame, e il grano, i recinti, i cavalli. Man mano appaiono i personaggi, un capitolo ciascuno, ognuno molto ben caratterizzato e la cui personalità, timori, certezze, panorama interiore e contesto esterivoe via via emerge nelle molteplici sfaccettature via via che il tempo scorre, dall’autunno all’inverno alla primavera. La diciassettenne incinta, l’insegnante che l’aiuta, i due fratelli che vivono soli col loro bestiame, ormai anziani. I due ragazzetti, nove e diec’anni, figli dell’altro insegnante. Con problemi con la moglie, che a sua volta ha non pochi problemi, e come il tutto viene vissuto da ciascuno di essi. E poi i comprimari, il vicino, il ragazzo della fanciulla, la segretaria della scuola, lo studente bullo e la sua famiglia, una specie di consiglio comunale, il bestiame da nutrire, l’anziana signora del primo piano, i giornali da distribuire e chi li riceve, il treno… E il vento… il freddo… il buio…
Delizioso, ordino il successivo.

La peste / Albert Camus

La peste / Albert Camus – Giunti 2019, ed or 1947
Mi ero messo a leggerlo durante il lockdown 2020, alla ricerca di echi della situazione di allora, di razionalizzazioni, di analogie: trovando poca sintonia, in realtà, tanto da lasciarlo a metà, preso da altre letture. E’ che questo libro, in realtà, parla d’altro: parla di un tipo di prigionia, come nella citazione di Defoe iniziale “E’ altrettanto ragionevole rappresentare una specie di prigionia con un’altra quanto lo è rappresentare qualsiasi cosa che esiste realmente con qualcosa che non esiste”: e anche il risvolto di copertina parla di “metafora”.
Anche se, certo, echi se ne sentono: quando via via il medico, e tutti, si vedono costretti a rassegnarsi alla peste, all’epidemia, prima invece convinti che “Occorreva soltanto riconoscere con chiarezza quel che andava riconosciuto, cacciar via una volta per tutte le ombre inutili e prendere le ooportune misure. Dopodiché la peste si sarebbe fermata (…)” (49, dopo aver rievocato, il medico, scenari apocalittici di epidemie del passato, con corpi impilati, spazio insufficiente per i morti, il carnevale dei medici mascherati durante la peste nera…)
E il prefetto che non vuole dichiarare l’epidemia (59), la persistente incredulità.
Fino invece a rassegnarsi. E il medico protagonista, che sfibrato torna a casa dopo lotta impari con la peste, monotona. “Ci sis stanca della pietà, quando la pietà è inutile. E nella sensazione del cuore che pian piano si chiudeva su se stesso il dottore trovava l’unico conforto di quelle giornate massacranti” (102).
Ora, a scrivere queste righe, mi chiedo se l’ho abbandonato in favore di letture più amene, più atte a distrarre e viaggiare altrove…

L’ultima corsa / Giuliana Carta

L’ultima corsa / Giuliana Carta – ebook, in copertina coi logo di amicolibro e di Sandalyon crime con una Sardegna stilizzata. Non trovo indicazioni ulteriori di editore né di data. Ambientato in Sardegna, infatti: un giallo con un paio di investigatori privati, uomo e donna, che risolvono il mistero di alcune morti in un ambiente familiare con tante tensioni e misteri, la polizia che appare e poi svanisce. “Benché la sera regalasse alla Sardegna i colori violacei e rosati del tramonto non era presente nessuno che potesse usufruire di quell’eterno e quotidiano panorama”. “(…) i ricordi di un’infanzia violata in tutto e per tutto erano cicatrici infiammate, scolpite nella profondità del cuore e ancora vivamente dolenti”. “(…) aveva detto l’uomo dalla pelle olivastra e lo sguardo più duro e profondo che (…) avesse mai visto in vita sua, una selva oscura e quieta persa nell’abbraccio della notte”. “Gli occhi azzurri dell’anziana donna vagarono tra quelli dei presenti per poi capitolare sulle sagome dei due poliziotti”. “Mirko nel frattempo si era avvicinato a Stella fino a circondarla con la propria calda presenza, e carezzarla con la serenità infusa dagli occhi verde mare”.
E ce ne sarebbero ancora molte altre. Pessimo da ogni punto di vista.

Il primo inverno / Philipp Blom

Il primo inverno. La piccola era glaciale e l’inizio della modernità europea (1570-1700) / Philipp Blom – Marsilio 2018, Ed. or. Die Welt aus den Angeln (…) – Monaco, Germania, 2017
La piccola era glaciale, nell’arco di tempo citato, è descritta nei suoi ampi effetti e nei segni che ha lasciato: dalle molte menzioni in cronache diari conti di aziende agricole eccetera – ogni classe di fonte, comprese quelle dei naturalisti, come lo sviluppo degli anelli degli alberi, o sedimenti, eccetera. E gli effetti, in termini di carestie, crisi alimentari – e conseguenti rivolte, e migrazioni, e inurbazione – sono variamente ricordati, e le tempeste più frequenti ed estese a zone nuove – come quella che contribuì a spazzar via la Invencible Armada. E il tutto, correlato agli avvenimenti della cultura materiale – nuove tecniche agricole, e nuovo approccio alla terra, ivi compreso ad esempio il diffondersi ampio delle recinzioni e in genere dell’agricoltura, e allevamento, commerciale. E nuovi commerci, nuovi mercanti, e così via. Il tutto combinato con le mille altre cose della Storia: tra tutte, soprattutto la scoperta dell’America e il diffondersi di quelle merci, e colture. E l’ascesa delle città anseatiche, e poi di Amsterdam e dei Paesi Bassi, che vanno a dominare il mondo.
Queste novità, questa modernità che arriva – importante la religione, la riforma, il diffondersi della stampa con anche veri e propri fogli di notizie con una certa diffusione (… e lamentele che così il popolo interpreta male quanto legge, lanciandosi in chimere e fantasticherie invece di occuparsi del suo prencipe, diventando disobbediente e scaltro…), il nuovo approccio all’istruzione, dei protestanti ma anche della controriforma, e i Gesuiti; e il metodo, l’osservazione, la deduzione e il ragionamento che si affermano, contro il semplice e solo rifarsi alla tradizione e ai Testi: questa modernità che arriva – che mi richiama certi discorsi sulla secolarizzazione di antichi miei studi – mi pare il centro dell’attenzione di PB. Il clima che cambia, certo: e molte mani avanti su come questo abbia influito su cultura materiale e non; ma l’attenzione soprattutto è sulla modernizzazione. In centro Europa, e nord, soprattutto; pochi e scarsi accenni all’Italia, e mi vengono curiosità – perché, ad esempio, certi mutamenti nell’organizzazione agricola, le rotazioni, l’allevamento e le colture ad esso finalizzate, e la mercantilizzazione del mondo agricolo – beh, in nord Italia almeno, c’erano da tempo. E così pure le città, e altro. E anche rispetto al clima, al freddo le tempeste lo scendere dei ghiacciai e la crisi agricola nelle terre marginali – quelle verso i monti, quelle più colpite direttamente – ecco, queste cose mi piacerebbe sentirle raccontare riferite all’Italia, ma con la stessa attenzione a clima eccetera. Chi sa se e chi ha scritto su ciò.

Vecchie conoscenze / Antonio Manzini

Vecchie conoscenze / Antonio Manzini – Sellerio 2021
Schiavone, sempre amaro cinico insoddisfatto di tutto, sgarbato col mondo, col fantasma della moglie che lo accompagna con scarsa consolazione, che ne interpreta i malumori e che offre consigli per farlo procedere oltre con la sua vita, mentre lui recalcitra e si avvita nelle sue paturnie.
Un omicidio di una famosa prof universitaria in pensione, con l’emergere di vicende amorose, di un figlio, di gelosie professionali, con vari aspetti dello squallore umano. Riemerge poi la vecchia storia di Schiavone e amici romani, Seba latitante, gli altri due, l’infame Baiocchi, e i dirigenti dell’Interno che ce l’hanno con lui e forse hanno molte cose da nascondere, di quel vecchio traffico e forse non solo…
Il tutto accompagnato dall’emergere di una tenera storia d’amore maschile, ben raccontata rimaneggiando e ricamando un po’ il pregresso della serie, e l’amore – se è tale – con la giornalista, altra donna, vera stavolta, che sbatte contro la rude scorza, amara e cinica; e la delusione del poliziotto che credeva potesse, se non diventare amico, almeno meritare qualcosa, e invece nulla; e pure l’antica passione traditrice… Vecchie conoscenze, appunto.
Uno dei meglio raccontati, devo dire, anche se patisce un po’ inevitabilmente la serialità riesce ad avvalersene bene.

E’ stato il figlio / Roberto Alajmo

E’ stato il figlio / Roberto Alajmo – Mondadori 2005
Palermo. Kalsa. un ragazzo, ventenne o poco più, è chiuso in bagno. Fuori, la nonna il nonno, genitori del padre, e la mamma. E il padre, morto sparato. Sta arrivando la polizia, e lui non vuole uscire, non parla, non risponde. Da questo incipit – che subito diventa drammatico, subito appare come sia “stato il figlio” ad ammazzare il padre – si dipana la vicenda, vista tutta al presente dal punto di vista del figlio stesso, con rare escursioni nel punto di vista di altri personaggi. L’ambientazione è tutta nelle persone, in Tancredi, il figlio, debole e inadeguato e insicuro; il nonno, zitto e assente che cerca di non farsi mai coinvolgere in nulla; nonna e madre, con le loro tensioni sopite affiorate nascoste. E poi apparizioni, della figlia, prematuramente morta ammazzata per sbaglio, Masino il cugino mafioso, l’usuraio zio Pino, la Volvo automobile di un lusso incongruo nel quartiere e quelle persone. I poliziotti, il Capo e il Vicecapo. Sullo sfondo, l’avvocato, il Prefetto, gli altri LSU del comune. E il morto, LSU di una vita di precariato, di vertenze, di scioperi e blocchi stradali quasi rituali.
Un dramma privato che si dipana allargandosi come in cerchi concentrici sul mondo visto con gli occhi di questa famiglia, le sue dinamiche interne e il mondo fuori. Affascinante, agghiacciante, penetrante di certi meccanismi sociali intuiti, tratteggiati appena, e acuto nel disagio interpersonale, impersonificato in massimo grado dal protagonista. Debole, inadatto, inadeguato, al centro della vicenda, dove finalmente deve e può fare la sua parte. Forse.
Ritrovo molto di quanto mi aveva affascinato nell’ultimo suo.

Metropoli per principianti / Gianni Biondillo

Metropoli per principianti / Gianni Biondillo – Guanda, 2008
Una specie di raccolta di saggi, in parte già pubblicati in versioni precedenti su Repubblica Unità e altri luoghi, specificati in coda al volume; manca un discorso unico, sono tutti però, inevitabilmente direi, relativi a questioni di architettura, di letteratura, di vita in città. Città che viene vista, e descritta, col doppio sguardo di GB, di cui lui stesso parla nell’ultimo capitoletto, “(Concludendo) Architettura verso letteratura”, poche pagine per ragionare sul suo personale dualismo. “L’architettura è realtà, fa realtà (…) L’architettura è logica (…) L’architettura crea il reale, non lo contraddice (…)” (202); l’architettura è a sua volta depositaria di memoria, specie dopo il passaggio epocale tra fine Sette e primo Ottocento in cui si porta attenzione agli “oggetti desueti (…) e in particolare (…) edifici e architetture del passato”, epoca in cui nasce il restauro: in coicidenza con una svolta in letteratura, anche, di attenzione anche per “gli oggetti più umili, quotidiani, brutti” (203); e poi approfondisce il tema. Ma due sguardi diversi sul mondo le contraddistinguono: “La città di uno scrittore è sempre la città che c’è, mai quella che sarà. Lo <sguardo oltre>, il progetto, è la differenza che caratterizza l’architetto. La città reale è sempre palinsesto, punto di partenza, luogo di mutamento, cantiere” mentre “Lo sguardo dello scrittore sul territorio è uno sguardo che, spesso, restituisce dignità al marginale, all’escluso. Gli ridona senso, cra mito attorno a dinamiche sociali e urbane impensabili, non progettabili a priori. La letteratura è critica del presente, è cartina di tornasole del progetto urbano, è la coscienza di una società” (205). Ecco, questi due sguardi – su cui altre parole spende, e altri approfondimenti – mi paiono contraddistinguere i vari saggi, in gran parte costruiti come racconti, guarda un po’. Tra i quali merita sicuramente ricordare “Prima vennero a prendere gli zingari”, 165-200, incentrato soprattutto sul campo semistabile di via Idro (sgombrato definitivamente nel 2016, poi: e ancor oggi, 2021, terreno abbandonato e disastrato, che mi metteva tenerezza e senso di squallore, passandoci accanto pedalando sulla Martesana, già prima di conoscerne un po’ la storia, vieppiù ora dopo le storie che MB racconta qui). Fin dalle prime pagine è chiaro come la pensa, con constatazioni e riflessioni significative anche alla luce di quanto è successo nei non pochi anni da quando queste righe sono state scritte: “(…) Sono qui perché è inevitabile che siano qui, come la seconda legge della termodinamica, ché per quanto tu isoli, blindi, chiudi a chiave, loro arriveranno comunque, a prescindere: troveranno di volta in volta una falla, un buco, uno sbrego. La tolleranza zero è una pia illusione, l’immigrazione zero una chimera. Arrivano, arriveranno, mischieranno il loro sangue al nostro (…) in un modo o nell’altro, con fatica, con frizioni sociali, cercheranno una integrazione pssibile. Perché, in fondo, loro per primi la vogliono. Hanno accettato le regole del gioco. Il nostro gioco” (168). Siamo in un’epoca in cui Milano èp amministrata dalla Lega e alleati, e la regione è di Formigoni, a Roma Berlusconi. E viene naturale la riflessione che, se “c’era un problema di sicurezza, questa gente che oggi lancia allarmi e organizza ronde avrebbe avuto tutte le condizioni ideali per risolverlo. Se c’era. E se, soprattutto, c’era la voglia di risolverlo” (168), che invece manca, perché quel che ser4ve è “il cattivo, l’orco, l’uomo nero. Sono il male necessario, sono i differenti, i diversi, i mostri, quelli fuori dal cerchio comunitatio, gli altri. Se non ci fossero gli altri non ci saremmo noi” (169): anche se poi ragiona su come non convenga dare addosso all’immigrato perché fa comodo farlo lavorare, ma gli zingari sono un bersaglio perfetto perché, poi, “non siamo noi ad essere razzisti ma sono loro, gli zingari, ad essere ladri”. Poi, col ragionamento, con soprattutto l’esplorazione del campo e l’incontro con persone, a Milano e non solo, con lo sguardo dello scrittore che si vuole immergere per capire davvero, anche se si presenta magari come giornalista, pure con la compagnia della figlia decenne, che risulta per lei educativo avventuroso pauroso un’esperienza, e poi aiuta a stabilire relazioni. Ed emerge il razzismo vero antizingaro, con il rom che lavora regolare ma deve nascondere d’esser rom, se no con una scusa lo licenziano, “un rumeno in fondo si può avere come muratore, uno zingaro no, non si sa mai” (173). Ed emergono anche le resistenze dall’altra parte, l’attaccamento a tradizioni, alla famiglia, la concezione dell’estraneo come estraneco cui puoi pure rubare, insomma molto lavoro da fare: e quel che emerge, con la necessità anzitutto di riconoscimento reciproco e rispetto, e voglia di entrambi, è quanto scritto in chiusura (200), a chiosa di lunga chiacchierata con un rom mantovano consigliere comunale: “Non ci integriamo. Interagiamo”.
Troppi gli spunti negli altri per ricordarli tutti: notevoli i racconti familiari e del quartiere, di Quarto, in “Passi quotidiani” dove parla del PAC, della bomba e dello spavento perché il padre quella sera era fuori casa e tardava, e delle bombe di quell’anno, della scelta degli obiettivi, “Come se la mafia, l’odioso cancro, il bubbone ramificato, la pustola infetta, sapesse distinguere, con raffinata sapienza, il carattere di una città (…) un palazzo un po’ polveroso, storico, accademico, degno del suo passato, per Firenze, mentre per Milano (…) proprio il Padiglione d’Arte Contemporanea, come per colpirla nel suo essere in fieri, una città in atto, in movimento, progettante” (160). E zio Francone, la sua morte, l’associazione dei luoghi alle persone e viceversa, con lo zio che “per me, è sempre esistito dentro pochi scenari urbani: (…) o a casa dei miei, a Quarto Oggiaro (…) oppure a casa sua (…) al Giambellino (…)” E invece pian piano finisce per associargli anche l’ospedale, e poi… (163-164). Quanrto Oggiaro: “dove vive un popolo che ha partecipato ad un sogno di emancipazione collettiva costruendo la ricchezza di una Milano che ora, irriconoscente, non salda il conto (…) e se non troviamo una politica insediativa e culturale degna di una città civile, se non avremo una politica che esca dai salotti buoni, insomma, la catastrofe sarà imminente” (153). Estreme riflessioni amare su una città con un “infighettato centro storico che aspira come un’idrovora i fiumi di cocaina tagliati e spacciati nelle sue periferie”, una politica che promette roboanti nulla, e periferie dove operano “gruppi di cittadini, associazioni, parrocchie”.
Notevolissime anche le parti più da architetto: come “non fate studiare architettura ai vostri figli” (5-12), che poi conclude l’esatto opposto, ma “mandatelo subito all’estero. Ché qui non c’è speranza” (12), e la semiseria storia dell’architettura contemporanea nel “perché continuano a costruire le case (e non lasciano l’erba)” e in “My playlist” sul Novecento italiano. E Sguardi e percorsi, e poi brevi spot su Quarto, ancora e sempre…
Notevole. Datato, dieci anni anzi quasi quindici che rendono ancora più interessante leggere, nelle riflessioni, anche il tempo trascorso, le cose accadute, il permanere e il cambiato.

Il commissario e la badante / Andrea Fazioli

Il commissario e la badante / Andrea Fazioli – Guanda 2020
Ottantacinque!!! raccontini. Protagonista, il commissario Giorgio Robbiani, in pensione e ormai non più del tutto autosufficiente, e Zaynab, la signora, giovane, tunisina d’origine, assunta per aiutarlo. Lei emigrata in terra straniera, che sente estranea in tante cose, anche se spesso i proverbi ricordati dall’infanzia l’aiutano; col rimpianto del marito, morto di malattia fulminante in un centro per richiedenti asilo. Il commissario, incerto sulle gambe ma ancora molto in gamba nel capire le situazioni, nel leggere le persone. I due si complementano, si aiutano a vicenda a risolvere piccoli misteri di poche pagine l’uno; talvolta arguti e profondi, alcune volte invece, mi pare, un po’ poveri. Ma sempre emerge la riflessione su questo mondo, sulle culture che si incontrano, si scontrano, non si capiscono ma si possono capire, e aiutare, anche grazie a un livello di comunicazione profonda che – se glielo permetti – emerge. E i due risolvono, aiutano. Tutti slegati i racconti: a un certo punto emerge un contatto, un fattore comune, un filone che forse ne correla alcuni – il mistero dei paracadute, potrei chiamarlo. Chi sa, leggendoli tutti magari anche questo groviglio si potrebbe dipanare.
Grazioso, a volte profondo. Un po’ sprecato, AF, per i miei gusti, però…

Dark Sky / C. J. Box

Dark Sky / C. J. Box – USA 2021
Joe Pickett, nei suoi boschi, con un’incarico dal governatore che non lo ama – sempre lui – che lo mette in una situazione davvero difficile: fare da guida per una caccia come una volta, solo con arco e frecce e senza attrezzature speciali, così che “a billionaire tech mogul”, un magnate dei social media (ne ha creato uno nuovo tutto lui, di enorme successo e in espansione, un vero genio nel suo ramo e ben cosciente di sé e del suo ruolo nel mondo) si possa togliere lo sfizio di approfondire anche questo capriccio. Il tutto in diretta social, con un media manager e assistente che lo segue ovunque sempre pronto a filmare fotografare e postare. Sul suo social, ovviamente.
E ovviamente, things go sideways quite soon… and not much later, they get really western…
Non manca Nat, affiancato da Sheridan ormai cresciuta e apprendista falconiere; con una vicenda laterale di un predatore di falchi e altri rapaci per il mercato mediorientale, una piaga a quanto pare non ignota in quelle zone.
Interessante come la vicenda dia l’occasione (costruita apposta, ovvio) di confrontare il mondo del giovane magnate, quello di Joe, delle sue figlie, di Margareth. “Steve-2 (…) thinks it’s important to expose our users to aspectrs of real life they probably don’t know, like the hunting culture. His life is an open book (…) <Aren’t ther people out there who dn’t like him?> Joe asked. <Sure there are. There are always negative people and haters, especially on social media. But we like to think of them as users who just haven’t been persuaded yet>” (33). Non manca un accenno alla questione delle armi: “<I don’t know anyting about guns except that I don’t like them> (…) <They’re iust tools,> Joe said with a shrug. <They all have different capabilities and purposes. It would be like going through life with just a screwdriver. If you llive out there, you need a complete toolbox><Tools that can kill innocent people (…) Everybody out there is armed to the teeth, aren’t they? (…) The gun culture is so strong out here (,,,) I just don’t get it><Most everybody hunts> Joe said <but those that don’t have guns, too><The murder rate must be really high><It isn’t (…) Folks are less likely to threaten somebody with a gun if that somebody is likely armed themselves>” ma subito poi concludono “<Do we really want to have this conversation?>” e decidono che “We just live in different worlds” (82).
Sheridan vive sulla sua pelle la differenza tra i modelli di vita: “(…) I feel so out of it>, Sheridan lamented. <I spend a lot of days out of cell phone range and I just don’t keep up on what’s going on anymore (…) I used to live on my phone, like everybody else I know. It seemed so important. It seemed vital to be connected at all times. Do you realize that in my lifetime I’ve never not been online?” (139). Non mancan frecciate pesanti, da parte di Nat almeno, verso il mondo “antifa”, che ritiene di “fight against racism and capitalism (…) for social justice against the oppressors”, anche se la parte è impersonata da un personaggio davvero poco credibile (191). Ma soprattutto emerge la questione di come sui social una persona, specie se giovane e fragile, ne possa uscire rovinata, tanto da arrivare al suicidio. E di come ciò sia in qualche misura connaturato alla raccolta di dati personali, alla vendita di annunci, e alla presunzione di chi gestisce tutto ciò credendosi un dio. E di come tutto questo possa generare passioni smodate, e desideri di vendetta. Il tutto inserito in un mondo, comunque, pieno di persone contorte, ben diverse da come si presentano, con tanti segreti e perversioni sotto la superficie – CJ ne sforna spesso di queste storie, con Joe che recita la parte del pulito e preciso, che cerca di barcamenarsi con onestà in un mondo difficile – il nostro, di cui in queste narrazioni scopriamo angoli nascosti e punti di vista per noi lontani. Almeno quanto il Wyoming…