Four Stories / Alan Bennet

Four Stories / Alan Bennet – London 2006
The laying on of hands – 2001
The clothes they stood up in – 1996
Father! Father! Burning bright – 2000
The lady in the van – 1989
Affascinato dallo spirito arguto e penetrante, very british, delle prime pagine della traduzione di The clothes… provo a leggerlo in lingua. Confermo: arguto, penetrante, very british o almeno così mi pare, ma dopo un po’ mi diventa noioso… non riesco a calarmi nel genere, nell’ambiente, nel contesto di narratore e narrati. Pazienza.

Tristezza / Reggiani & Mosquito

Tristezza / Federico Reggiani & Angerl Mosquito – NEO Edizioni snc, Castel di Sangro (AQ) 2021, postfazione di Andrea Tosti, ed or Tristeza pubblicato originariamente a puntate sulla rivista argentina Fierro tra 2010 e 2013.
Molto interessante. La pandermia c’è già stata, e non da molto, di una malattia che chiamano “tristezza” e di cui poco ci viene raccontato, e un po’ incidentalmente. Le storie – tante e corte, pubblicate su una rivista a puntate, e si vede – raccontano vicende di un gruppo di superstiti, con le sue dinamiche interne e con il resto del mondo: città disabitate e in rovina ma con ancora cibo nei supermercati (marcio…) e cose in giro; e altri sopravvissuti, tra gli estremi dei ragazzi che ballano (sfrenati, violenti, irruenti, senza alcun freno) e quelli che han rimesso su una società, con un capo, una specie di istituzioni, incaricati di tenere l’ordine e di gestire le cose e le risorse. E quelli semplicemente pazzi, che non osano attraversare la linea di mezzeria di una strada, restano con cura al di qua…
Ripubblicato per i molti echi con il mondo attuale (o meglio, di qualche mese fa soprattutto), ovviamente, ma niente male: sia per il disegno, dignitoso ed espressivo, che per le vicende e il modo di descrivere il contesto, e le persone, di un mondo ribaltato. Che si fa, lo si prova a rimetter su? ci si lascia andare senza freni? si prova ad andare altrove, a costruire qualcosa di nuovo?

Racconti e romanzi per il “Corriere” 1941-1943 / Giorgio Scerbanenco

Racconti e romanzi per il “Corriere” 1941-1943 / Giorgio Scerbanenco. Introduzione di Cesare Fumi. Fondazione Corriere della Sera, 2012
In due tomi: Tomo I, racconti; Tomo II, romanzi e un piccolo carteggio tra GS e il Corriere.
GS è sempre lui, anche in queste opere meno note, con la sua scrittura nitida acuta e a volte arguta. Interessantissima e lodevole pubblicazione, che oltre a farci conoscere meglio GS aiuta a calarsi nella realtà degli anni in cui furono pubblicati, anni di guerra – che ha un andamento in calando, come è noto. Notevole anzitutto l’esiguo carteggio pubblicato a fine secondo volume, tra GS e i suoi interlocutori al Corriere. Sul tono richiesto alle opere commissionategli, anzitutto (racconti, e romanzi pubblicati a puntate): “Per l’edizione pomeridiana del Corriere abbiamo bisogno di vere e proprie novelle, di contenuto personale ed originale fin che si vuole, ma di forma chiusa secondo la buona tradizione italiana: cioè di novelle con intreccio, preferibilmente chiaro, rapido, nervoso, con personaggi a tutto tondo, e meglio se con ragionevoli avventure. In questo modo differenzieremmo l’edizione del pomeriggio dall’edizione del matttino, la quale pubblica per lo più lavori di fondo narrativo e non di andamento narrativo”: per questo gli respinge uno scritto, e ne sollecita altri, conformi (769-770, 3/11/41). E più oltre altre novelle vengono respinte, perché “troppo tirate via mentre l’ultima era eccellente” (771. 8/1/1942). GS propone anche (marzo 42, 773) un articolo iinchiesta sulla grafologia con intervista a un grafologo – non risulta se sia stato accettato. Divertente la lettera del dicembre 42 di una lettrice, o forse un lettore, con cognome come quello di una dei personaggi di Cinema fra le donne: e se ne lamenta, e GS si adegua, lagnandosene, alla “sciocca lettera” dando istruzione di lasciare solo il nome, senza cognome, ogni volta che appare.
Cinema è uno dei due romanzi inclusi nel secondo volume, l’altro è Cinque in bicicletta (on the road su due ruote, lo definisce con stima Fiumi nell’intro – paragone intrigante e interessante), che mi son letto tutto – come svariati racconti – e con anche un certo piacere. Anche qui, come spesso nei racconti di ogni epoca e ambientazione, più che la vicenda (con intreccio chiaro e nervoso, con ragionevoli avventure, come prescritto – ma che scade un po’ nel banale, alla conclusione un po’ forzata, o almeno questa la mia impressione: forse dovevan finire le puntate?), interessa il contesto, e il linguaggio, e in genere l’ambiente descritto, e i personaggi e come sono tratteggiati. I cinque, in gita in bici da Milano a Verona!, comprendono tipi assortiti – tra cui uno che lavora per vivere, impiegato con fantasie di evasione, che sente e patisce la differenza di condizione dagli altri, e si ringalluzzisce se ha occasione in qualcosa di prevalere; uno più anziano, nettamente, degli altri, adulto ormai quasi vecchio per gli oltre quarant’anni che ha; una vedova; uno che si aggiunge solo dopo, bello e sfuggente, pauroso e in fuga da uno che lo vuol picchiare, con vari intrecci… Le bici le chiamano “macchina”, “macchine”, o anche “automobili”: tanto che inizialmente non capivo… Le strade, in parte sterrate; le rare automobili a motore, gli autocarri, i carri ogni tanto descritti. La fatica che pesa sulle gambe, e il gusto dell’andare “avevano visto poco dei paesi attraversati, poco della campagna, ma non è solo con gli occhi che si vede, erano imbevuti di tutti quei paesi, di tutta quella campagna, avevano tutto dentro, nel sangue che scorreva ardente” (375) – eh, un po’ di retorica dell’epoca talvolta si sente, difficile dire se per un po’ di mestiere di GS, di inserire orecchiate formule e toni, o se per spirito dei tempi che esce involontario. O il mestiere dello scrittore rosa, “Taceva, guardò di sfuggita Innocenza, subito il suo occhio si posò di nuovo in terra, sulle sue scarpe impolverate, ma la memoria aveva trattenuto l’immagine, il volto delicato di lei, i suoi capelli morbidi, e le mani abandonate in grembo” (376-377). E donne e uomini, maschi e femmine, non manca com’è ovvio qualche perla, “(…) gli uomini devono fare quello che credono più giusto, le donne non devono intralciarli con le loro debolezze” (451); “In genere il pianto delle donne non le procurava grandi impressioni, sapeva che esse piangono sempre una volta di più e un po’ di più del necessario (…) il pianto verod eve segure il suo corso fino all’ultimo, niente lo ferma” (506-507): qui siamo già in Donne al cinema, all’inizio in un Pio Ricovero dove entra Cristina, nella camerata. Dove c’è anche quella col cognome della lettrice che poi si lamenta… Un inizio che cattura, se vogliamo, ma per stavolta mi basta, con un po’ di racconti anche. E la pregevole intro di Fiumi, che evidenzia molto di GS, macchina per scrivere, prolificissimo e mai sciatto, con una produzione sconfinata, e lo mette in contesto dei tempi in cui si è trovato a vivere.

Demetrio Pianelli / Emilio De Marchi

Demetrio Pianelli / Emilio De Marchi – Mursia 1985, terza ed. 2016 – pubblicato in appendice all’Italia del popolo nel 1889 col titolo La bella pigotta, ristampato in volume 1890 col titolo Demetrio Pianelli.
Scorrevole, ben leggibile, godibile persino. Prendo a leggerlo quasi come un esercizio, per curiosare nel mondo dell’impiegato d’ufficio dell’epoca, qui effettivamente rappresentato con una certa efficacia. Come rappresentato con efficacia è un po’ il mondo milanese di quei tempi, con l’alta società, quelli che potevan permettersi il circolo il ballo “le coppie a cinque per volta cominciarono a discendere nel campo coll’elasticità e colla calorosa foga dei cavallini ammaestrati di un circo (…) le cinque coppie danzanti si agglomeravano, facevano ingorgo alla porta d’uscita (…) e intanto era un tiepido intreccio di corpi, che avevano nel sangue i tuoni e i lampi” (50). Anche il linguaggio mi pare efficace, come le immagini le metafore scelte per rendere certi atteggiamenti, certe situazioni – ad es. nella notte di festa, carnevale, “sul gran corso Vittorio Emanuele (…) si vedevano dei gruppi di gente, che tornavano dalle feste sotto gli ombrelli lucidi e grondanti. Qualche pierrot ubbriaco proclamava in mezzo alla strada la révolution, sorreggendosi a fatica nell’aria coi larghi gesti” (52): che ne rende bene, mi pare, l’incedere incerto e sicuro allo stesso tempo. O al funerale del fratello, quando a Demetrio “Due lagrime dure spuntarono nell’angolo degli occhi, stagnarono nella pupilla e gonfiarono la testa di vapori” (70). Chi scrive così, vuol dire cha ha provato quella sensazione: e lo stile ha proprio il sapore dell’epoca… Come dell’epoca è il sapore di certe ovvietà, enunciate senza quasi parere: Arabella, figlia adolescente, “Non più bambina, oramai, perché aveva già troppo sofferto, e non abbastanza donna perché non aveva ancora sofferto abbastanza”, o poche righe sopra, la inesorabile e insuperabile divisione di classe (che non sono più i soli nobili, questa è una Milano borghese) per cui “un’altra buona massima è di tener da conto la gente, specialmente i superiori, che hanno il mestolo di tante minestre in mano. La superbia è il cavallo dei ricchi: la povera gente è fin troppo onore quando va a piedi” (113). Che poi, questa del mestolo in tante minestre dei “superiori” è un modo che mi pare molto efficace, anche oggi, a descrivere la differenza tra chi è in alto nella scala sociale, vede più cose e più lontano, e per ciò solo ha davvero più potere. E sul potere, e sui superiori e il servilismo dei sottoposti, e i ribelli che ne escon come dei matti vi son pagine notevoli, ancora, nel seguito (che spulcio solo saltellando qua e là, confesso), come ad es. 207 e dintorni, dove Demetrio se ben capisco sta perdendo, ha perso, la testa, si getta contro il superiore, e c’entra in qualcosa la vedova del fratello – e qui forse capisco il primo titolo del romanzo – ma per ora mi accontento…

Osso / Michele Serra

Osso. Anche i cani sognano / Michele Serra, illustrazioni di Alessandro Sanna – Feltrinelli 2021
Libro per bambini – o meglio, in libreria lo tengono nei reparti per bimbi. Scritto grande, con un sacco di disegni che illustrano il racconto, acquerelli direi, molto intonati per tratto e colori al tono del testo, delicato e pacato, e arguto, come sa essere MS
Un vecchio, che vive ai limiti del bosco: tra la città e il suo mondo veloce, e il bosco, la natura, gli animali. Una nipotina, che viene ogni tanto a trovare il nonno, piena di energie e curiosità e voglia di scoprire il mondo. E che si porta dietro un cane, grosso, che fa tanta cacca nel prato lì davanti. E poi, un giorno al vecchio appare dal bosco un cane piccolo, sgraziato, magrissimo, spaventato e timoroso, inavvicinabile, forse malato, sicuramente affamato. Gli lascia da mangiare, e pian piano, quasi a forza, quasi controvoglia, sviluppa un interesse per questo cane. E la nipotina Lucilla, al telefono, gli suggerisce anche un nome: Osso! “(…) la situazione è seria: adesso non è più un cane qualunque, adesso è proprio quel cane, adesso è Osso. Per i cani avere un nome o non averlo è del tutto indifferente, ma per gli uomini dare un nome alle cose significa considerarle importanti” (38). E gli tocca darsi da fare, perché quando verrà Lucilla occorre che lo veda, che si faccia vedere, lo schivo Osso. Ma non è semplice: e “Non basta dare un nome alle cose per illuderci che le cose ci appartengano” (40). E insomma, lascia il cibo, con una sorta di corteggiamento verso il cane: e riflette tra sé, e studia sui cani e su uomini e cani, scoprendosi un interesse che non sapeva. E anche girando per il bosco, e un sentiero, e riflettendo sulle cose, sul bosco, gli animali, la città. A un certo punto al nonno si trova a raccontare a Lucilla di come mai, uomini e cani: e ne esce una storia, una bella storia, su Pelledilince e Pelledibufalo che per primi si trovano a prendere con sè dei cuccioli di lupo, contro il parere degli altri uomini: perché “non sempre la cosa giusta da fare è quella che è sempre stata fatta. Viene il momento in cui bisogna cambiare, bisogna fare una cosa che non è mai stata fatta prima. E’ così che la scimma è diventata uomo: imparando a cambiare, giorno dopo giorno” (100). E chi sa, alla fine, se anche il vecchio ed Osso troveranno il modo di cambiare quel tanto da riuscirsi ad avvicinare.

Bolle di sapone / Marco Malvaldi

Bolle di sapone / Marco Malvaldi – Sellerio 2021
Delizioso come spesso, quasi sempre, MM: stavolta di nuovo coi vecchietti, e Massimo, e Alice. In piena pandemia, bar chiuso salvo l’asporto (ah ovvio che c’è anche Tiziana, sempre più bella, e sullo sfondo Marchino), col lockdown si ingrassa, ci si veste male… Alice è lontano, in missione e resta colà bloccata: ma impegnata in un’indagine, e Massimo e i vecchietti con videoconferenze, telefonate e impiccionerie varie si danno da fare, indagano, pasticciano, e chissà magari contribuiranno a risolvere? Con sorpresa finale… non magari il migliore della serie, ma sempre arguto, spiritoso, immaginifico. Bloccata a casa è anche la mamma di Massimo, tratteggiata caratterizzata qui per la prima volta (se ben ricordo), e per questioni di ristrutturazioni (bloccate anch’esse) a Massimo tocca viver con lei, con conseguenti occasioni per battute varie e situazioni buffe.
A Massimo piace andare al bar a piedi, la mattina, specie ora che è primavera: “Massimo attraversava a piedi il paese che ancora dormiva, e aveva l’impressione che fosse tutto suo. Dormivano le persone, quasi tutte, dormivano i negozi e le automobili, dormivano le ombre degli alberi, ancora sdraiate sui marciapiedi come pigri elfi snzatetto. E Massimo camminava, (…)” (37-38). Notevole anche il colloquio tra nonno Ampelio – ex sindacalista, ricoverato in ospedale ma non per covid – e un’infermiera, che si sfoga sulle attrezzature che non ci sono, i sindacati che pensano solo a chieder soldi, e i turni, e… E non manca la battuta “Ormai i reparti d’intenziva dice son tutti per ir virùsse, se ciai un infarto e basta ti mettano su una lettiga e ogni tanto passa un dottore a chiedetti come stai. Se non rispondi vor dì che possono liberare la lettiga” (101).

Chi ha ucciso Sarah? / Andrej Longo

Chi ha ucciso Sarah? / Andrej Longo – Adelphi 2009
Uno di quei libri che lo inizi e non lo metti più giù, diventa lettura esclusiva fin che non l’hai finito. Non sempre è così, neanche per libri belli: non saprei davvero spiegare, prima ancora capire, e cogliere, quali siano le qualità che rendono tale un libro. In questo, ad esempio, non la vicenda, il mistero tipo giallo – anche se non manca il mistero, e gli indiziati. La forza del protagonista, qui, forse: e il linguaggio diretto, dialettale ma non troppo (ma ci sono personaggi che lo parlano molto più stretto, il napoletano, se la parte lo impone), con fluenti scorrevoli e riconoscibilissime deformazioni dell’italiano per renderlo più espressivo e intonato. Giovane poliziotto, che parla in prima persona sul tipo del flusso di coscienza, al presente; e l’ambientazione è accurata, tutto è accurato, puntigliosamente quasi direi – anche se non si perde in dettagli non funzionali al racconto. Sarah è trovata morta, con una botta alla testa, in un bel palazzo in zona bene: urgente quindi trovare un colpevole, far vedere perlomeno – esige il questore – che si è efficaci, che ci si da da fare. Ma questo riguarda il Commissario, il superiore, il capo del commissariato: non certo il poliziotto. Acanfora lo ha in simpatia, e ne riceve, e (in questo quasi un cliché) il commissario è un uomo tormentato, che si fa prendere dalla voglia di risolvere il caso per sé stesso, non per facciata; e ha – ovvio – un passato con lati oscuri, e beve té da una bottiglia di whisky in omaggio – probabilmente – ai problemi con l’alcool per il momento superati. Qualche altro comprimario – il poliziotto bresciano, i sospettati, il giovane del rione Sanità, la mamma del giovane poliziotto e alcuni altri, poche pennellate ben date. E gli ambienti, Napoli, i moli, la pizza, l’inseguimento nei vicoli, l’arte per il giovane poliziotto di non guardare troppo – e Torre del Greco, e lì la Villa, dove “con un poco di fantasia (…) uno (…) pensa di stare dentro a un paese come si deve (…) però (…) certe cose non le deve guardare. Ai tossici che si fanno sopra alle panchine (…) neanche a quelli che spacciano dietro al bar (…) e neppure in fondo (…) dietro ai fichidindia (…), che quello è il posto delle tossiche che non tengono i soldi (…) E manco a me dovete guardare, che sono un poliziotto e faccio finta di niente perché così mi hanno spiegato che devo fare” (100-101). Piano piano comunque Acanfora scopre cose, fa ragionamenti, si sente spinto a capire di più, sviluppa nuovi modi di vedere e capire le cose, e nuove indignazioni, anche.
Beh beh, ora tocca trovarne altri, di AL, con quella faccia da scugnizzo, anche lui (beh certo un po’ invecchiato…), appena intravista in un’intervista, molto coerente con come scrive

Eventide / Kent Haruf

Eventide / Kent Haruf – 2004 (questa ediz. Picador, GB 2013)
Secondo della trilogia e delizioso, come il precedente. Prosegue la vita a Holt, passa il tempo e le persone vivono, muoiono, proseguono la vita e vanno incontro a stravolgimenti. I ragazzini, i ragazzi, i bambini, crescono – come la figlia di Victoria, che è al college ma non manca di tornare a trovare i fratelli. E’ il sapore delle cose, che si sente; quasi l’odore del vento nella pianura, e delle stalle dei ranch e le bestie e i cavalli. Già qui è presente quello che sarà il tema centrale di Our Souls at Night, questa scoperta dell’amore in età tarda quasi inaspettata, e l’iniziativa femminile, tranquilla e sicura senza forzature. Andare avanti con le cose, centrati per quanto possibile (e non mancano quelli che il proprio centro lo perdono proprio), senza pretendere troppo, con uno sguardo disincantato: mi sembrano caratteristiche ricorrenti nelle persone, qualità viste e presentate in modo positivo da KH. “I suppose I don’t have to like it, she said. I don’t like it myself, he said. We just both know it’s got to be this way. It don’t seem to matter at all what we like. It’s how things are”: un dialogo molto rappresentativo, mi pare. Poetico, quasi, e molto tenero, qui. Ah, e poi, naturalmente, quell’inglese un po’ smozzicato, con espressioni che paion dialettali e che rende bene l’idea, anche della differenza tra, che so, l’insegnante e il vaccaro…

Patria 1978 – 2008 / Enrico Deaglio

Patria 1978 – 2008 / Enrico Deaglio – Il Saggiatore 2009
Il primo della serie, dal quale originano poi quelli dedicati alle epoche successive. Anno per anno, una sorta di cronistoria generale italiana, ovviamente orientata dallo sguardo peculiare dell’autore. 939 pagine, comprese note e indice dei nomi…
Notevolissimo: non mancano lacune, ovvio – ad esempio non trovo accenni alla conclusione del processo del Vajont, che ricadrebbe negli anni e che mi pare un passaggio significativo. Ma c’è molto altro, e molto più d’impatto, certo: sono gli anni settanta alla fine, gli ottanta da bere (sintesi mie, non sue), i novanta di tangentopoli e ascesa di B, il nuovo millennio – Paolini cantava “Belle epoque, è tornata la Belle Epoque…” – con l’11 settembre e con Genova, fino alle soglie della crisi epocale del 2008. Andrebbe letto, e si presta bene anche come consultazione: ma serve, servirebbe, prima, capirne un po’ il taglio, leggerlo un po’ insomma. Tenere presente.