Tirar mattina / Umberto Simonetta

Tirar mattina / Umberto Simonetta – prima ed. 1963, questa Baldini e Castoldi 1994 con gli altri due romanzi Lo sbarbato (del 1961, ma il risvolto spiega che secondo Simonetta il primo che ha scritto concepito ecc è Tirar mattina) e Il giovane normale 1967.
Una sorta di flusso di coscienza di questo ragazzo un po’ cresciuto, i trenta non così lontani, che l’indomani dovrà cominciare il lavoro di meccanico e passa la notte in giro, tra i locali, a – appunto – tirar mattina nell’ultimo scampolo di libertà. E così l’autore ci accompagna attraverso i pellegrinaggi dell’Aldino, raccontati in soggettiva e al presente, con oscillazioni continue tra il momento attuale e ricordi, rivisitazioni di luoghi e persone, sollecitati da un incontro, da una catena di associazioni, da un luogo in cui si trova.
In tal modo tratteggiando un ricco ritratto di una Milano nel 1960, del suo sottobosco di delinquentelli – con qualche incrocio di delinquentoni – e di gente che si arrangia; di ruffiani e ragazze che lavorano, o disposte semplicemente a dare il corpo ad altri per dare una mano all’uomo che amano di cui sono infatuate – mah. Di grappe buttate giù, e del gioco delle tre monete (una sorta di morra con le monete, tre ciascuno in mano, ognuno deve indovinare il totale delle mie più le tue). Di ragazzi a loro volta disposti a giocare con qualche omosessuale che se li compra o se li affitta, se li porta in giro, con o senza vero sesso. con o senza soldi. Risalendo grazie ai ricordi fin a subito appena finita la guerra, e anche un po’ prima, e a quell’ambiente duro della ricostruzione e degli anni cinquanta, e dei fascisti o ex fascisti che rischiavan di esser fatti fuori davvero, come prima loro o i loro facevano. E i terroni, come diceva Serra in un’amaca dipinti con accenti da ronda leghista ante litteram, e anche peggio direi io: ma in realtà con spirito di tribù. E queste grappe, e i night, e questo senso di illusione di forza, vera forza e debolezza profonda, insicurezza, con la sensazione che Aldino ha costante a me comunque va ed andrà tutto male sempre, ed il buio della notte con l’alfona e le auto e la riserva, le schermaglie da bar e da locale e le bande, le compagnie; non mancano i due che cantano verso l’alba nel locale, coi testi di canzoni note; non manca ricorrente il dialetto ed il gergo dei cinque chili e mezza gamba… Insomma tutto ciò lascia un sapore, un odore, di una città che ho conosciuto appena ma che mi immagino fosse quella di mio padre, che mi vedo con quei grappini da scolare d’un colpo e il senso di dover essere all’altezza e di cercare in questi luoghi della notte qualcosa che nemmeno sai bene cosa sia. Un sapore un po’ amaro.
E naturalmente, poi, si presenta alterato, barcollante, ubriaco, al lavoro alle sette al garage, e coi pochi soldi esauriti: e naturalmente lo cacciano prima ancora di cominciare, e se ne va anelando un letto, e dormire dormire dormire ormai solo quello, nella soggettiva, gli resta come pensiero.
Sarebbe da leggere anche gli altri, ma un’altra volta…

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